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Inter, il destino dei giovani: basterebbe una ‘s’, forse

I giovani della Primavera nerazzurra (Getty Images)

INTER DESTINO DEI GIOVANI / MILANO – I giovani son giovani, come direbbe qualcuno. Non sono una certezza, sono il futuro ma creano problemi nello spogliatoio, sono viziati ed egocentrici. In parte vero. Ma i giovani rappresentano soprattutto il domani, la base nuova per ripartire. Forse non una base sicura, ma pur sempre un punto di partenza fresco e con motivazioni superiori ai giocatori già arrivati e pluridecorati. Proprio i giovani sono il dilemma di casa Inter. Ce ne sono tanti nella rosa di Stramaccioni, pochi, anzi pochissimi resteranno, altri, molti, andranno via. Cambieranno squadra per fare esperienza, così si dice. Che poi, quale migliore esperienza, se non quella fatta di fianco a un grande campione, piuttosto che vicino a un giocatore mediocre di Serie B o C.

Ai giovani si dà sempre poco spazio, o molto spesso gli si concede qualche lampo di visibilità, che porta quasi sempre a un giudizio frenetico e compulsivo da parte dei media e degli stessi dirigenti o allenatori. E’ il triste destino dei giovani. Pochi sfondano davvero, molti si perdono tra i campi di periferia, o in un calcio assai lontano da quello lussurioso e libidinoso della Serie A. Stesso discorso per i talentini, o presunti tali dell’Inter di Massimo Moratti. Tanti quelli promettenti e di valore, ma chissà quanti davvero scaleranno le vette e conquisteranno un posto d’onore nella squadra nerazzurra dei prossimi anni. Bardi, Juan Jesus (chi l’ha visto?), Longo, Duncan, Crisetig e via discorrendo. Quanti giovani sono passati dalle stelle alle stalle, da nuovi idoli a giocatori di provincia o meno. C’è bisogno di tempo, devono crescere, maturare. Tutte belle parole di dirigenti e tecnici del settore, ma la verità è forse un’altra. Nessuno ha davvero il coraggio di puntare su di loro. E per puntare intendo farli giocare in prima squadra, cosa che accade stabilmente in altri Paesi, vedi Inghilterra, Spagna e Germania. Soprattutto Germania, cosa che come si è visto, si riflette positivamente nella Nazionale guidata da Löw.

Da noi i giovani sono i 25enni o quasi, come i Giovinco o i Ranocchia, mentre altrove a questa età già si è ‘vecchi’. E allora che fare: Castaignos parte perché ha deluso le aspettative, idem Faraoni. Non si parla di fenomeni, ma di giocatori di buone speranze. Meglio però, dei cosiddetti ‘big’ pagati a peso d’oro, ma che per tanti fattori – in primis il logorio fisico – non hanno reso per quanto ci si aspettava. Probabilmente è un problema culturale, aggravato dalla mancanza di idee e di competenze dei nostri dirigenti, accecati molto spesso dal nome altisonante di uno straniero. Se Longo si fosse chiamato Longos, avrebbe avuto molta più considerazione. Anzi, sarebbe stato considerato un elemento importante già per il presente, altro che futuro. Come per Lucas. Se il brasiliano fosse nato a Valdobbiadene, a quest’ora, probabilmente, non staremo a parlare di lui. Forse potremmo risolvere il problema aggiungendo una semplice e banale ‘s’ ai cognomi dei giovani talenti del nostro calcio. Forse.

 

Raffaele Amato