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Inter, umile ma non provinciale: “Ero un calciatore promettente, poi un infortunio…”

Andrea Stramaccioni (Getty Images)

INTER, UMILE MA NON PROVINCIALE CONFESSIONI DI STRAMACCIONI / MILANO – Confessioni di un allenatore provetto. Bravo, giovane. Un predestinato. Predestinato a diventare un grande, non uno qualunque. Moratti ha investito su di lui, ci ha messo la faccia. E non è poco. E’ stato un battesimo importante per la sua autostima, per il suo palmares. Ricco di esperienze in tutte le categorie giovanili, ultima in quelle della stessa Inter. Dove ha vinto e convinto, facendo esprimere alla propria baby-squadra un gioco di primo piano. Le capacità del tecnico nato a Roma trentasei anni fa non sono passate inosservate al numero uno nerazzurro, da sempre fervido ammiratore di tutto ciò che è “particolare”, “esaltante”. Esaltazione generatasi in tutti i tifosi (anche in quelli più scettici) nel momento in cui fu ufficializzato il suo avvento: “Ero un calciatore promettente, classe ’76, quella di Totti e Nesta – le confessioni di Strama, riportate da ‘Repubblica.it’ – A quindici anni compii il salto, forse più grande rispetto alla mia età. Col Bologna l’inizio di un calvario, l’inizio di una discesa inarrestabile che ha pregiudicato per sempre la mia carriera”.

Il sogno che si spezza, così, dall’oggi al domani. Difficile non rimanerne spiazzati, tantopiù se si è praticamente adolescenti. Brutta botta, traumatica: “Fu una tragedia per me. Tutto capitò al secondo minuto di un Bologna-Empoli, gara di coppa Italia – ha raccontato il mister dell’Inter – Un attimo dopo un mio intervento in scivolata, i tacchetti mi rimasero impiantati nel terreno, costringendo, senza il suo volere, il mio avversario a franarmici sopra. Mi si ‘spaccò’ l’impossibile: tre legamenti, addio al calcio. Calvario di operazioni, l’ultima per garantirmi, almeno di camminare tranquillamente”. Capitolo chiuso? Macché. Non per lui. Il campo è la sua vita, lo sport in generale ancor di più. La voglia di non fermarsi lì, a quel maledetto secondo minuto di una banalissima gara di coppa Italia è tanta. Oltre le sofferenze di un ginocchio che non sarà mai più lo stesso. Ginocchio che non va, cuore che batte. Batte perché vuol continuare ad emozionarsi. Difensore, un tempo lontano. Anzi, lontanissimo. Una nuova vita, quella dell’allenatore: “Il merito di tutto ciò è di mia madre: ha continuato a rompere le scatole al mio procuratore dell’epoca, ovvero Canovi. Il quale, forse stufo delle sue pressioni, gli ha detto un bel giorno ‘tuo figlio è bravo, perché non lo fai allenare”.

Nasce in questo preciso momento la carriera di Andrea Stramaccioni: “Il campo da calcio è la mia vita, dove più mi sento a mio agio. Ho fatto tutte le trafila, Zeta Sport, Allievi Sperimentali ’85, Romulea e giovanili della Roma”. Gavetta, terra battuta, campetti di periferia. Fino al gran giorno. Arriva l’Inter, l’occasione che capita una sola volta in tutta un’esistenza. E chi se l’aspettava? O no? “Adesso gestisco giocatori importanti, uomini. E’ tutto più complicato, estremamente complicato. Ma io sono uno con le idee chiare, e questo la società lo ha apprezzato fin da subito. L’inter è il punto d’arrivo della mia carriera. Raggiunto con umiltà e sacrificio. Umile, ma non provinciale. Ci vuole rispetto per questo club, che difenderò con tutte le mie forze”. Il ritratto di chi ha scalato le gerarchie della vita con tanto sudore. E con un pizzico di fortuna. “Parliamo di calcio… che è meglio”.

 

Raffaele Amato