Il centravanti bosniaco non è affatto un ripiego, i numeri dimostrano che è lui a fare meglio del compagno di squadra con questo approccio tattico
Romelu Lukaku ha fatto ritorno a Milano perché aveva desiderio di farlo. Ma non si è trattato di un mero capriccio: la dirigenza nerazzurra, facendo due conti in tasca, ha trovato la strada giusta per auto-tutelarsi soprattutto dal punto di vista dei risultati sul campo. Quello che il centravanti belga aveva fatto sotto la guida di Conte, in collaborazione con l’amicissimo Lautaro, è un qualcosa che difficilmente si dimentica.
Ciononostante, al di là dell’infortunio alla coscia che lo ha colpito qualche giorno fa e che lo terrà lontano dai campi per un mesetto scarso, Lukaku non può ritenersi pienamente soddisfatto di questo reinserimento in organico. Non ancora. La ragione principale sta nella metodologia impiegata da Inzaghi, della quale lui conosce poco o nulla e per la quale necessita di maggiore spirito d’adattamento. L’impianto tattico è lo stesso, cambiano le istruzioni nella manovra. Ci sarà dunque da lavorare sui movimenti: meno profondità, un pizzico di discesa in più. In questo, fortuna che c’è Dzeko.
Il compagno di reparto bosniaco non sta facendo rimpiangere l’assenza del belga, anzi sotto certi aspetti sta facendo persino meglio di lui: la sua rete e l’assist per Dumfries hanno contribuito alla prima vittoria in Champions League contro un’avversaria da sempre sua vittima preferita. Si è trattato in fatti della nona soddisfazione personale contro i cechi del Viktoria Plzen. Il tutto facendo coppia con Correa, non Lautaro. Mossa azzardata, ma azzeccata per Inzaghi.
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