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La scommessa di un’Inter Pazza e nostalgica. Vidic ringrazia… E da oggi basta con gli alibi!

Roberto Mancini

INTER MANCINI / MILANO – C’è poco da dire, l’Inter è pazza e nessuno lo ha mai messo in dubbio. L’Inter è così, non si smentisce mai, e allora può succedere anche che un allenatore sempre confermato a parole venga sostituito improvvisamente a nove giorni di distanza dal primo derby della stagione. Un appuntamento fondamentale, che già in condizioni normali potrebbe costituire l’episodio chiave per ridare entusiasmo ad ambiente e tifosi, ma che si riveste a questo punto di curiosità, di impazienza, di un nuovo appetito. Sensazioni che, in casa nerazzurra, avevano da tempo lasciato il posto a scontento e ad una tanto malcelata quanto odiosa rassegnazione.
Sia chiaro: Milan-Inter non sarà mai una partita come le altre a prescindere, anche in questa fase di empasse per il calcio meneghino, ma la stracittadina del 23 novembre avrà senza dubbio una connotazione particolare, dal forte sapore nostalgico. Nostalgia, certo, per le emozioni regalate dall’Inter di Roberto Mancini nei tanti derby affrontati durante lo scorso decennio (basti pensare alle due vittorie conseguite nella stagione 2006/07, con il rocambolesco 3-4 all’andata e il 2-1 ai danni del “traditore” Ronaldo al ritorno); eppure, leggendo tra le righe, in questa scelta c’è molto di più che non un mero significato simbolico. Mancini non è stato preso per caso, né per il merito di aver riportato l’Inter alla vittoria dello Scudetto una vita fa, né in quanto artefice del lancio di calciatori del calibro di Maicon, Cambiasso, Julio Cesar: gente che sarebbe poi andata a comporre la spina dorsale della Grande Inter di José Mourinho. Non è stato preso per riconoscenza.
Questa, signore e signori, è una scommessa nel vero senso della parola. Supponiamo, in via del tutto ipotetica, che Erick Thohir si sia domandato: “È meglio rischiare di perdere il derby tenendo Mazzarri e limitando i danni, oppure è meglio rischiare di perderlo stravolgendo le carte, mandando all’aria schemi e strategie, facendo un grande clamore?“. La risposta che il tycoon dev’essersi dato, com’è facilmente intuibile, è stata la seconda. Riportare Mancini all’Inter a pochi giorni da un derby è una mossa ad alto rischio, un’arma a doppio taglio: la gioia di vincere, unita all’euforia post-ribaltone in panchina, potrebbe farci sentire invincibili e scatenare l’adrenalina di un pubblico che finora si è limitato a mugugnare e scuotere la testa; perdere, invece, significherebbe cominciare questa nuova, grande avventura con la più cocente delle delusioni, quella meno facilmente digeribile per il “baùscia” tifoso nerazzurro. Ecco perché sconfiggere la formazione di Filippo Inzaghi diventa quasi d’obbligo per la truppa agli ordini del tecnico jesino.

Giusto dare il benservito a Mazzarri? Ci sono molti motivi per dire di sì. Questo esonero servirà presumibilmente a dare una scossa all’ambiente, in primis a quei calciatori che – forse – nelle indubbie colpe di Mazzarri hanno trovato troppo spesso un alibi, un incentivo a non dare il massimo. Ora, chiunque vada in campo con indosso la maglia nerazzurra dovrà farlo a testa bassa, pedalando a tutto spiano, e non importa se uno Zamparini qualsiasi ci viene a dire che questa squadra non è da terzo posto: l’imperativo sarà lavorare e sputare sangue in campo, vincere laddove possibile, dopodiché a fine stagione si tireranno le somme. Le giustificazioni sono finite.
Il secondo motivo riguarda le vittorie, il confronto tra i palmarès dei due tecnici. Mancini è stato un vincente da calciatore prima che da allenatore, sebbene non abbia mai davvero militato in una grande squadra: il campionato di Serie C vinto da Mazzarri sul campo, unito alla Coppa Italia conquistata alla guida del Napoli nel 2012, non può assolutamente reggere se paragonato all’incetta di trofei da parte dell’illustre rivale, capace di vincerne ben 26 (senza contare quelli individuali, o il campionato vinto con gli Allievi Nazionali del Bologna nel 1981-82).
Se poi si parla di tattica e moduli, non è difficile immaginare il sospirone di sollievo di Nemanja Vidic e di altri interpreti della rosa nerazzurra, finora costretti a giocare fuori ruolo per ottemperare all’incrollabile volontà di Mazzarri di proporre il 3-5-2, neanche fosse l’unico schema esistente sulla faccia della verde terra. Il gigante serbo, maestro nella difesa a quattro, è soltanto il primo di una lunga serie di giocatori che in questo tormentato avvio di stagione hanno incassato critiche – spesso eccessive e immeritate – a causa del mancato adattamento alle confuse idee di gioco del tecnico toscano. “Vidic di qua”, “Vidic di là”, si blaterava in giro, come se il valore del difensore ex Manchester United potesse essere messo in discussione impunemente. Ora starà a lui dimostrarlo, ma intanto pochi ricordano che Mazzarri, ai tempi dell’acquisto di Vidic, parlava espressamente di un passaggio alla difesa a quattro che poi non è mai stato realizzato… Promesse disilluse, se vogliamo.
Così come potremmo definire “promessa disillusa” l’esorbitante numero di infortuni muscolari che hanno decimato la formazione nerazzurra in questo primo scorcio di stagione. Infortuni che, col senno di poi, hanno pesato enormemente anche sui risultati della squadra e di conseguenza anche sull’esonero di Mazzarri. Un bizzarro scherzo del destino, se consideriamo che Mazzarri era stato scelto anche per garantire un basso numero di defezioni dopo la scriteriata e sfortunatissima – da questo punto di vista – gestione targata Stramaccioni. Neppure il magico staff di ‘Walterone’, vuoi per una casualità, vuoi per il dispendio di energie causato dai Mondiali, vuoi per giustificazioni varie ed eventuali, è riuscito a contrastare la vera e propria orda di guai muscolari che hanno messo i bastoni tra le ruote alla corsa nerazzurra per il terzo posto. Anche questa consapevolezza può aver avuto una propria influenza nella valutazione operata da Thohir e dalla sua dirigenza.

Thohir, dicevamo. Uno come lui, cresciuto a pane riso e marketing e divenuto nel corso degli anni un infallibile stratega della comunicazione, non fa mai nulla per un singolo motivo. Laddove un esonero operato da Moratti poteva semplicisticamente esser giustificato dall’incostante ed umorale giudizio del mecenate nei confronti dei propri (ex) pupilli, state pur certi che un esonero – peraltro il primo da presidente – voluto da Thohir in persona non è altro che l’ennesima mossa sulla scacchiera da parte dell’imprenditore asiatico. Cacciando via Mazzarri, il tycoon non ha solo dato una scossa all’ambiente o liberato la squadra dall’angosciante incombenza del 3-5-2: nel suo intento c’è anche la volontà di ricucire il rapporto con la tifoseria imbizzarrita, oltreché di liberarsi dell’opprimente stereotipo di sé stesso visto come uno squalo con l’ossessione dei soldi, come una calcolatrice digitale made in Indonesia interessata soltanto a conti, fatturati, bilanci e Fair Play Finanziario. L’esonero di Mazzarri, come il licenziamento di Marco Branca mesi fa, porta in dote l’immagine di un nuovo Erick Thohir, più lindo e trasparente: quella di un presidente bendisposto quando si tratta di soddisfare l’esigenza del pubblico, ed inflessibile quando si parla di risultati. Un presidente di stampo quasi “morattiano” anche se, rispetto al patron della Saras, Thohir ha avuto quantomeno il merito di ponderare la decisione sin nei minimi dettagli prima di fare scelte irreparabili (nonché molto, molto costose). Un bene, probabilmente, considerando il livello disastroso delle finanze nerazzurre dopo diciannove anni di gestione da parte di Massimo Moratti.

Infine, due parole anche su Walter Mazzarri. La colpa è solo sua? No, certo che no. Al di là delle sue indiscutibili responsabilità, della sua testardaggine e della sua indubbia fantasia nel tirar fuori le scuse più stravaganti, è difficile mettere in discussione la sua dedizione alla causa e al lavoro, la sua onestà. Le sue lacrime di oggi, al momento di salutare i “suoi ragazzi” ad Appiano Gentile, testimoniano il saldo e viscerale attaccamento del Mazzarri-uomo alla squadra, il suo vero pane quotidiano. La sua esperienza all’Inter si è chiusa male e in maniera inaspettata, nel modo peggiore per un buon professionista che in quindici anni di carriera si era tolto grandi soddisfazioni andando sempre in crescendo. Mazzarri resta un allenatore capace sebbene ostaggio delle proprie carenze comunicative e della propria ostinazione tattica. Al Milan forse gli sarebbe andata diversamente, ma l’Inter è Pazza, strampalata ed anche un po’ bislacca.
L’Inter è esigente, non va bene per tutti.

 

Alessandro Caltabiano