Cerci non è da Inter

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Alessio Cerci
Alessio Cerci

INTER CERCI / MILANO – Veniamo subito al dunque: per fare il salto di qualità l’Inter avrà bisogno di grandi giocatori. A questa categoria non appartiene Alessio Cerci, tanto per fare un nome particolarmente vicino ai nerazzurri e certamente gradito a Mancini. L’esterno, nelle ultime stagioni quasi una seconda punta, è uno di quelli che ha spesso fatto trenta per poi mancare sempre l’appuntamento col trentuno.

La sua carriera parla chiaro: da ragazzino prometteva tantissimo, ma in realtà il suo talento è riuscito a esprimerlo solo a Pisa e Torino, peraltro sotto la guida di un solo tencico, ovvero Ventura, un autentico fuoriclasse nel valorizzare e ri-valorizzare mediocri come giocatori dalle qualità espresse a sprazzi, che prima lo ha lanciato in nerazzurro nel 2007 per poi riprenderselo in granata, dopo il fallimento di Roma e, soprattutto, quello di Firenze – in viola ruppe con ambiente e tifosi, e non solo per colpa sua -, dove diede il suo gran contributo in particolare nella seconda e ultima stagione, quella dei 13 gol e 12 assist in coppia con Immobile che permisero al Torino, dopo l’esclusione del Parma (contro cui, nel match decisivo, sbagliò un rigore al 93′), di conquistare una sotto molti aspetti meritata qualificazione in Europa League.

L’altro fallimento della sua carriera, sotto gli occhi di tutti, si sta consumando a Madrid, sponda Atlético, oltretutto con Simeone che nell’estate scorsa spinse molto per il suo arrivo. Parentesi: è costato 16,5 milioni ai ‘Colchoneros’, o per meglio dire alla preziosa Doyen Sports, che da anni comanda mezzo mondo pallonaro, nella fattispecie con gli spagnoli del ds italiano Berta, amico del potentissimo agente Mendes, collaboratore di spicco proprio del suddetto fondo d’investimento…

Chiusa parentesi, concludiamo: Cerci non è da Inter, almeno per l’Inter da (giusto) immaginario collettivo, perché caratterialmente e storicamente incapace di reggere le pressioni di una piazza così esigente e allergica alla modestia (parafrasando Moratti) e perché finora ha sempre e solo dato il meglio di sé solo in (due) squadre costruite e che hanno giocato per valorizzare le sue qualità – non è un caso che si sia esaltato solo con Ventura -, quindi nel complesso (sotto l’aspetto tecnico ora l’Inter non lo è) non in quelle grandi, che non possono permettersi di affidare le proprie sorti sportive solo a un singolo, a meno che questo singolo non sia un campione assoluto del calibro di Ibrahimovic.

Raffaele Amato