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Ex Inter, Almeyda shock: “Fumavo, mi ubriacavo e una volta…”

Matias Almeyda - Getty Images

EX INTER BIOGRAFIA ALMEYDA / MILANO – Matias Almeyda, ex centrocampista argentino di Lazio, Parma e Inter, ha da poco scritto la sua biografia ‘Almeyda, Anima e Vita’, e sempre tra non molto, quanto buttato su  quel libro potrebbe davvero fare un eco profondo nel mondo del calcio. Doping, periodi bui della carriera e racconti di un aspetto che spesso, tifosi, dirigenti e compagni di squadra non vedono. L’alcool, le sigarette e gli anti depressivi hanno fatto parte della sua sfera calcistica come lui stesso ammette.

IL PERIODO NERAZZURRO: “Due infortuni, troppo tempo senza giocare. Pensavo e pensavo. Un giorno non sentivo più la mano, quello dopo avevo perso la sensibilità nella metà del corpo. All’Inter c’era una psicologa. Mi diagnosticò attacchi di panico e prescritto una cura, ma non le ho dato retta. Ho capito che dovevo fare qualcosa quando mia figlia mi ha disegnato come un leone triste e stanco. Da allora tutti i giorni prendo antidepressivi e ansiolitici. Le chiamo le pillole della bontà, mi fanno essere più buono. Per tutta la carriera ho fumato dieci sigarette al giorno. Anche l’alcol è stato un problema. Bruciavo tutto negli allenamenti, ma vivevo al limite. Una volta ad Azul, il mio paese, ho bevuto cinque litri di vino, come fosse CocaCola, e sono finito in una specie di coma etilico. Per smaltire, ho corso per cinque chilometri, finché ho visto il sole che girava. Un dottore mi ha fatto 5 ore di flebo. Sarebbe stato uno scandalo, all’epoca giocavo nell’Inter. Quando mi sono svegliato e ho visto tutta la mia famiglia intorno al letto, ho pensato che fosse il mio funerale”.

 AL CARDIO…PARMA: “A Parma ci facevano una flebo prima delle partite. Dicevano che era un composto di vitamine, ma prima di entrare in campo ero capace di saltare fino al soffitto. Il calciatore non fa domande, ma poi, con gli anni, ci sono casi di ex calciatori morti per problemi al cuore, che soffrono di problemi muscolari e altro. Penso che sia la conseguenza delle cose che gli hanno dato”.

Luigi Perruccio