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Inter, i conti non tornano

Andrea Stramaccioni (Getty Images)

INTER I CONTI NON TORNANO / MILANO – Non basta. Così no. Questa Inter non può andare tanto lontano. Non un mago, non ci vuole nemmeno uno stregone, magari rossonero, per dire che la squadra di Stramaccioni non ha un futuro, il riferimento è al campionato (forse), a meno di stravolgimenti negli ultimi giorni di mercato, che ha generato il colpo, alla rovescia, Tommaso Rocchi (il vice del nulla) e l’acquisto dell’altrà metà di Benassi, elogiato a più non posso per poi finire, dopo una sola apparizione da titolare, nuovamente in panchina, a far da riserva ai vari Mudingayi e Gargano. Le cose sono due: o i giovani che ha in dote l’Inter non sono all’altezza della situazione – quindi gli apprezzamenti al settore giovanile vanno considerati come un semplice ‘chinamento di capo’, un “sì padrone”; oppure il coraggio di Stramaccioni è ridotto all’osso. Essere troppo aziendalisti e accondiscendenti verso spogliatoio e società alla lunga non paga. Siamo a fine gennaio, ventiduesima giornata, e l’Inter non mostra ancora segni di gioco. Che non devono prescindere dalla presenza o meno di un regista, interprete che manca al ‘Meazza’ nerazzurro dal 1989 (Matteoli): nel frattempo, Mancini e Mourinho, pur avendo corazzate, hanno vinto e stravinto senza un playmaker puro.

La difesa fa acqua da tutte le parti, si regge sulle buone (o male) uscite dei singoli anziché su una corretta organizzazione del reparto; il centrocampo è mediocre dal punto di vista tecnico, inoperoso in copertura e inefficiente quando c’è da manovrare e dar fastidio nella trequarti avversaria. Addirittura, Stramaccioni ha tenuto sia a Roma sia col Torino Cambiasso in panchina. L’argentino non è più il tappabuchi dei tempi migliori, ma è l’unico, e lo ha dimostrato anche ieri, che sappia prendere in mano la squadra, dando coraggio e ordine, giusto un po’. Per non parlare degli esterni: nell’arco di novanta minuti né PereiraNagatomo son riusciti a servire i propri compagni in area di rigore, certo, meno affollata perché priva di un centravanti coi fiocchi: quello buono (34 anni) era in tribuna con Samuel, la cui assenza è assai più pesante di qualunque altra. Ma non finisce qua: i cosiddetti laterali, meglio il giapponese dell’uruguagio, si sono fatti spesso imbucare dagli esterni alti di Ventura; Cerci è sembrato Garrincha, con semplici giocate è stato sempre capace di evitare l’uomo in maschera’, in perenne ritardo fisico.

I lampi di Guarin, inspiegabile il suo errore che ha regalato il pareggio a Meggiorini, e di Cassano non sono arrivati. Il colombiano è apparso svuotato, il barese ha giostrato su una-due ‘mattonelle’, provando a inventare qualcosa senza vigore e spirito; e Livaja in panchina, a guardare. Inter quarta (40) a meno tre punti dalla Lazio, ma a sole tre lunghezze avanti rispetto al Milan, che alla 13esima giornata era lontano 13 punti dai nerazzurri. Poco è cambiato in confronto alla passata stagione, tranne ovviamente l’allenatore: alla terza di ritorno, l’Inter di Ranieri era quinta con 36 punti, a meno cinque dall’Udinese terza in classifica. Uguale a quella attuale il distacco dalla capolista Juventus: nove punti (40-49; 36-45). Mercato: servirebbero un difensore, visto il deficitario stato fisico di Chivu, un esterno tecnicamente valido (e coraggioso) e almeno un centrocampista. Tutto in quattro giorni, affidiamoci a S.Ambrogio.

 

Raffaele Amato